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Per i giovani

“Valli Gay. E anche se lo fosse?!”
Il bullismo, l’omosessualità e l’indifferenza

Scarica il PDF : Valli Gay

Questo piccolo opuscolo vuole illustrare un tipo di violenza (che definiamo genericamente “bullismo”), agito contro una minoranza (ragazzi e ragazze omosessuali o chi si sospetta potrebbe esserlo), che di solito s’ignora o peggio si desidera ignorare.
Siamo convinti che capire bene il bullismo contro gli omosessuali sia anche il modo migliore per parlare correttamente di bullismo, di violenza e di rispetto in generale.
I tre concetti base sul bullismo riguardano: 1) il bersaglio (che è spesso riconoscibile perché appartiene a qualche minoranza sociale, in questo caso gay o lesbica); 2) il bullo (che non è detto agisca da solo); 3) gli spettatori (che assistono senza intervenire).
Dunque, vediamo da vicino cos’è questo bullismo antigay. E’ una forma di violenza vera e propria, talvolta sottile (qualche mossettina fatta quando passa qualcuno che si vuole prendere in giro), talvolta molto aggressiva (avrete sentito nell’intervallo, in corridoio, gridare “Giorgio culooo!!!” vero?), che preferisce cercare i suoi obiettivi tra chi si sospetta essere omosessuale.
Vediamo ora in che ruoli questi “tutti” agiscono.
IL BERSAGLIO
Accade frequentemente che se c’è qualcuno riconoscibile perché magari effeminato, o non molto espansivo nel gruppo, sia additato all’interno della classe o del gruppo di amici. E se fosse solo additato, sarebbe niente! Invece oltre ad additarlo, oltre a mettere in giro notizie molto sgradevoli e squallide sul suo conto, ci sono ben altre implicazioni. Capita, infatti, che tra le forme di bullismo non ci siano solo gli scherzosi slogan come quello stampato sulla copertina di questo opuscolo, ma anche le risatine quando questo ragazzo passa, dispetti, danni o furti agli oggetti di sua proprietà (quanti calci a certi zaini che si vedono in giro), l’emarginazione durante i momenti di libertà (quante volte qualcuno resta solo in classe durante gli intervalli e non ci si accorge di lui).
Vi pare di vedere una normale giornata scolastica dove ci sono ragazzi grandi che fanno casino e ragazzi timidi che vengono presi in giro, “tanto per scherzare”, vero? Bene, avete preso una bella cantonata. Avete assistito invece con molta molta probabilità, ad una giornata di violenza bullista.
Pensate che stiamo esagerando? Come ogni atto umano, per comprenderlo pienamente nel suo significato, dobbiamo allargare la visuale dal “gesto”al “contesto”: chi fa cosa, a chi, quando, perché.
Lo scherzo dell’urlo nel corridoio “Giovanni culooo!” lo abbiamo sentito tutti, spesso e volentieri. Lo consideriamo uno scherzo innocuo. Ora proviamo a porci delle domande e vediamo se è innocuo o qualcosa di diverso:
• Chi ha gridato? scommettiamo che sapete rispondere prima ancora di aver terminato la domanda: sarà stato uno dei ragazzi più grandi, forti, o a capo di un gruppo di amici un po’ intemperanti (usiamo questo giro di parole per non dire proprio”teppisti”), che prende in giro solo certi ragazzi ma non tutti indistintamente.
• A chi hanno gridato? anche ora saprete sicuramente indicarci qualche ragazzo o ragazza che vengono spesso presi di mira per via del peso, dello stile nell’abbigliamento (poco curato, semplice), del colore dei capelli o della pelle (in quest’ultimo caso andrebbe definito razzismo), del comportamento non molto virile, per altri motivi immediatamente definibili come “diversi dalla media” del resto della classe.
• Cosa è stato gridato? ce lo dite voi o dobbiamo scriverlo noi? Dai, lo sappiamo tutti quali sono le parole che sentiamo per scherzo: finocchio, ricchione, checca, culo, frocio, per scrivere solo i più cortesi.
• Quando ha gridato? Sicuramente eravate presenti anche voi giusto? Sicuramente non era la prima volta che veniva presa di mira questa persona per quella sua caratteristica. Immaginiamo che sia così quasi ad ogni intervallo, o a diversi cambi d’ora durante la settimana, o all’uscita della scuola. Erano spesso momenti in cui non c’era un’attività per così dire ufficiale, quando magari nessun adulto avrebbe posto fine al “gioco”, giusto? Ecco un indizio di cui tenere conto: come mai questo “scherzo” se fatto davanti ai proff, causa il loro intervento? Forse che interrompono tutti i giochi?
• Perchè ha gridato quello? Domanda complicata: per rispondere, ci son voluti almeno cento anni di ricerca da parte delle donne. Non stiamo scherzando. Ecco perché: se un ragazzo effeminato viene preso in giro, è perché essere effeminato viene ritenuto brutto. Cioè assomigliare nel comportamento ad una donna non è bello. C’è qualcosa di brutto ad assomigliare ad un canadese? Avete mai sentito dire “uhé canadese del cavolo?” No, eh? Certo, non viene ritenuto brutto. Cosa dunque si ritiene brutto? Che qualcuno assomigli a qualcosa che si ritiene inferiore. Ecco cos’hanno capito proprio le femministe: che offendere qualcuno perché effeminato significa fargli sapere che assomiglia a qualcosa di brutto, ossia essere femmina (d’altronde il termine deriva proprio da “femmina”, no?). Ha gridato quindi un’accusa: sei una mezza femmina, cioè non sei come noi uomini. Evidentemente ha qualche strana idea sulle donne come esseri inferiori.
Ora, dopo aver allargato un po’ la visuale, possiamo notare che il soggetto che “scherza” è sempre lo stesso (come se avesse una parte prestabilita) da molto tempo (come se fossero repliche); che il soggetto che subisce le derisioni è sempre lo stesso pure lui, anch’egli da molto tempo (ecco un altro “attore”). Inoltre le parole sono quelle più offensive che si possano ritenere (sono per così dire un copione di parole denigratorie); e infine l’azione si è svolta per l’ennesima volta in pubblico ( la possiamo anche chiamare platea), davanti ad un pubblico che oltretutto non ha reagito (ecco il pubblico perfetto: fai quello che vuoi e nessuno fiata). Come avrete notato, siamo passati da un semplice ”lo si fa per scherzare”, a un più complicato “quello lì (e non un altro) dice qualcosa di offensivo (e non una barzelletta) a quello là (e non a un amico) in presenza di tutti (e non privatamente come fosse un rapporto di amicizia)”. Siamo ancora sicuri che uno scherzo fatto dalla stessa persona contro Io stesso ragazzo con parole offensive, ripetuto per molto tempo con parole ritenute da tutti offensive sia “solo” uno scherzo? E soprattutto “uno”?
IL BULLO
Osserviamo un momento anche I’altro personaggio di questi scherzoni. E’ una persona (non e sempre un ragazzo, talvolta ci sono anche ragazze bulle, non dimentichiamocelo) che spesso si mette in mostra per le azioni “coraggiose” (vabbè chiamiamo così quelle spacconate che compie) davanti a molti spettatori. Nessuno metterebbe in dubbio il suo coraggio: in fondo le spacconate le fa davanti a voi; nessuno dubiterebbe del suo essere virile (ovviamente ora stiamo parlando dei soli maschi). Si, magari in classe non è un genio, ma lui sa come divertirsi! Noi diremmo piuttosto che lui sa come sfruttare le vittime e voi come spettatori perché lui possa divertirsi usandovi spudoratamente. Si, lo sappiamo che quando insiste con gli scherzi ai danni di Tizio non lo fa perché è cattivo. Ma in verità cosa c’entra la cattiveria? Badiamo alle intenzioni del bullo invece che al male provato dalla vittima? Se applicassimo questa regola a molte delle molestie che le ragazze subiscono quando in discoteca certi ragazzotti ci provano senza tregua, e dicessimo che si insomma mica ‘sti ragazzi lo fanno con cattiveria? Intanto però le ragazze molestate passano la serata a difendersi da certe mani anziché a divertirsi. E’ giusto? Non hanno il diritto di divertirsi senza subire assalti? Ecco, applicate questo paragone al diritto del bullo di divertirsi con “qualche scherzo innocente” e alla vittima di doversi difendere ogni mattina da questi “scherzi innocenti”.
GLI SPETTATORI
Vi chiamiamo in causa per qualche riga, permettetecelo. Tanto siamo stati quasi tutti spettatori di qualche scherzetto, no?! Tanto chi scherza e chi viene preso in giro sono gli altri, giusto? Cantonata! Avete preso una bella svista. No che non è giusto. Poniamo un po’ I’attenzione su quanto sia importante la nostra presenza. Se io scherzo con un ragazzo, è un affare tra me e lui. Se io lo faccio davanti a voi, spesso e volentieri, con un tono di voce magari alto, compio un atto che vi coinvolge, palesemente. Vi sto chiamando in causa, sto coinvolgendo voi. E se voi tacete, mi state dicendo che ci state in quel ruolo che io ho deciso imponendomi con voce e scherzo.
Voi diventate parte del mio gioco rituale, siete dentro al gioco e giocate una parte che è molto molto più importante di quanto immaginiate. E’ a voi, non alla vittima, che è dedicato lo spettacolo. Se non ci foste voi, sarebbe un atto privato e riservato, oppure uno sfottò tra conoscenti. Davanti a un platea di altre persone, parecchie altre persone, diventa un avvenimento pubblico. E voi siete il pubblico, ma senza avere possibilità di scegliere: io ho alzato la voce, voi mi avete regalato la vostra attenzione silenziosa. Avete presente il valore del silenzio in un atto rituale? Avete mai sentito protestare durante un funerale, un battesimo? No, perché il silenzio fa parte di quel momento e cattura l’attenzione su quanto avviene. E conferma che quel momento è talmente intoccabile (perché sacro, o doloroso, o gioioso) che nessuno fiata. Ecco perché conta una platea. E una platea che non protesta, significa che conferma! E’ un po’ come le elezioni: volete una riforma della scuola dove contare di più? Allora dovete andare a votare il candidato giusto. Se non andate, vince un altro e voi Io confermate con la vostra assenza. La vostra assenza, il vostro silenzio, parla per voi, vota per voi. Anche se voi non lo volete. Voi state dicendo al bullo, così, senza aprire bocca, che sta facendo un atto, ogni giorno nel tempo, talmente giusto che voi stessi non intervenite, che avvallate con la vostra presenza. In un certo senso il vostro silenzio lo sta sostenendo. E lui vi ringrazia chiamandovi anche la volta successiva, perché lui ama un pubblico come il vostro, che lo rispetta e lo teme al punto da non dirgli che è un povero prepotente. Ecco a cosa ci riferivamo scrivendo che si tratta di recita, attori, repliche, di piccole dosi di violenza quotidiana. Una specie di recita sociale dove ognuno fa qualcosa e dove nessuno e poi così immune dal parteciparvi.

Vista così, la battutona scherzosa in corridoio e tutta un’altra storia, vero? pensate: “si, ok, avete ragione ma da noi e un’altra questione”? Va bene, andiamo avanti: vi suggeriamo, per un principio di precauzione (del tipo “non fumare dal benzinaio”, o “metti il casco in moto”) di non pensare mai di essere in una scuola dove queste cose non accadono. Perché a che credere all’isola felice e al paradiso terrestre, si hanno poi delle brutte sorprese. Negli ultimi anni a Verbania è stata svolta una ricerca in alcune scuole superiori. Studenti e studentesse di lll e lV hanno dichiarato che per i loro coetanei o coetanee omosessuali la vita in classe e per strada non solo non è facile per via degli insulti, ma costoro si troverebbero in una situazione di vera e propria violenza anche fisica.
Inoltre non è necessario che la battuta o lo scherzo siano rivolte proprio a quel ragazzo lì. Anche se chi parla si rivolge ad un amico che sta al gioco, la battuta o la parola offensiva potrebbe essere udita da qualcuno che è omosessuale, o è parente o amico di un ragazzo omosessuale. E come pensate possa rimanerci questa persona? Ricordate: possiamo parlare di scherzo solo quando tutti, e dico tutti, quelli che ascoltano si divertono. Basta che una sola persona ci rimanga male ed ecco che lo scherzo diventa subito un’offesa.

Vi preghiamo di porre attenzione a questa nostra piccola riflessione.
Immaginate per un attimo di essere al posto loro o di una categoria di persone che vengono generalmente discriminate per il colore della pelle, o per la nazionalità, o per qualche difetto fisico. Immaginate di ricevere tutte le mattine entrando a scuola un insulto senza aver fatto niente, così, gratuito, davanti a tutti i vostri compagni. Lo sappiamo che è difficile, ma provate a immaginare questa vita, questa aggressione quotidiana, per tutta la durata della vita scolastica.
Ogni giorno.
Come vi sentite? Benino? Ne dubitiamo parecchio.
Non pensereste di essere sbagliati, di meritare quel trattamento perché siete deboli, e magari di voler lasciare la scuola? Non sareste tesi tutto il giorno, nervosi perché sapreste che la mattina dopo sarebbe uguale? Riuscireste a studiare come se non aveste altre preoccupazioni?
Ecco come vivono ogni giorno,i ragazzi e le ragazze vittime di bullismo.
Ma non è finita qui. Per ora vi abbiamo solo accennato al bullismo puro, con una piccola spolveratina di omosessualità.

Vi chiediamo un piccolo sforzo, per vedere più da vicino cosa c’è di tanto terribile nell’essere omosessuali e nel meritarsi insulti e prese in giro.
Non sappiamo se conoscete omosessuali o se lo siete voi stessi. Nel dubbio permetteteci di spiegarvelo brevemente.
L’IDENTITA’ SESSUALE di ogni persona è caratterizzata da quattro componenti:
1) IL SESSO BIOLOGICO: ossia quei caratteri fisici che definiscono una persona maschio o femmina: ormoni, organi sessuali , caratteri sessuali secondari, ecc.
2) L’IDENTITA’ DI GENERE: ossia il percepirsi uomo o donna in relazione al proprio sesso biologico. La maggioranza delle persone, ritrovandosi con un corpo maschile, si riconoscono immediatamente come maschi e quelle che, ritrovandosi un’anatomia femminile, vi si sentono perfettamente a proprio agio come femmine.
Ma capita anche che qualcuno con un corpo da maschio si percepisca, a tutti gli effetti donna, o che una “femmina” si senta “imprigionata” in un corpo maschile che non riesce a credere suo.
Il problema dell’identità psicosessuale di queste persone – che si chiamano transgender – è veramente grande e misterioso. Per fortuna, nessuno mette più in discussione che questo “sentire”, questa percezione di sé siano più importanti del sesso anatomico.
Cioè: si è uomini e donne in base a quello che ci dice la nostra mente, la nostra psicologia, la nostra personalità’ non necessariamente la nostra conformazione anatomica.
E, per fortuna, oggi, è un po’ più facile adeguare anche la propria anatomia al “genere”, al “sesso vero” che si ha in testa, mettere le cose al loro posto, ricomporre la frattura.
3) IL RUOLO DI GENERE: ossia l’insieme di quei comportamenti che una determinata società si aspetta dall’uomo e dalla donna. Questo fattore è condizionato dalla cultura e dall’educazione: il ruolo della donna e dell’uomo oggi è diverso da quello delle donne e degli uomini di 100 anni fa in Italia o a quelli delle donne e degli uomini di oggi in Medio Oriente.
4) L’ORIENTAMENTO SESSUALE: ossia la pulsione, l’attrazione sia fisica che affettiva verso uno dei due generi sessuali esistenti (innamoramento, desiderio, bisogno di una storia bella, sms, baci, carezze, avete presente, no?!).
Le persone omosessuali sono quegli individui che scoprono un orientamento sessuale diverso dalla media. L’unica differenza quindi tra una persona eterosessuale e una omosessuale è di chi si innamorano! Vi sembra un buon motivo per insultarli, o prenderli in giro, o farne oggetto di barzellette o altro?
Ma com’è che qualcuno è omosessuale? Vi diciamo subito che non c’e’ una risposta. Nessuno lo sa. Tutte le teorie che hanno provato a dare una spiegazione hanno fallito. Quelle biologiche come quelle psicologiche. Si nasce? Si diventa? Per ora non ci sono spiegazioni. Sicuramente ci si accorge di esserlo.
La cosa più importante, però, e che nessuno sa come si divenga eterosessuale. Una teoria che spiegasse convincentemente una cosa,spiegherebbe anche I’altra, e nessuno finora l’ha trovata, o forse nemmeno cercata abbastanza bene. Il fatto è che fino a non molto tempo fa, e per molti, il sesso, il piacere serviva solo alla procreazione, e non c’era dunque bisogno di chiedersi come si diventasse eterosessuali. Via via si é capito che l’amore e il piacere sono molto di più, per I’uomo e la donna. E le due cose – il piacere e la procreazione – sono state viste giustamente come faccende che possono essere unite ma anche del tutto separate.
Poi ci sono tutta una serie di luoghi comuni che ipotizzano la causa dell’omosessualità a fattori traumatici o di cattiva educazione. Non si dice: gli piacciono le persone del suo sesso perché questa è la sua preferenza, il suo gusto. No, si pensa: perché ha problemi con le donne, traumi di qui, rifiuti di là. Pensate se, per una volta, lo stesso criterio venisse applicato agli eterosessuali. Sentire qualcuno dire: “al tale piacciono le donne. Deve essere perché odia i maschi, perché ha un problema con il sesso maschile. Poverino, ha subìto dei traumi da piccolo con un uomo, è per questo che è diventato eterosessuale”. L’omosessualità é omosessualità e basta e i motivi per cui uno è omosessuale sono gli stessi per cui un altro è eterosessuale.
Pensate sia una scelta? E quando mai qualcuno sceglierebbe di appartenere ad una minoranza così discriminata? E poi, scusate, voi avete scelto di chi innamorarvi? No di certo!
Anche medici e psicologi hanno detto che l’omosessualità non è una malattia, non può modificarsi ed è da considerare come una variante naturale della sessualità .
Generalmente le persone omosessuali scoprono d’esserlo quando sono alle Scuole Superiori, ossia quando come tutti si incomincia a sentirsi attratti da qualcuno e si vorrebbe con quella persona una storia. I ragazzi e le ragazze omosessuali però non si aspettavano di sentirsi attratti da persone dello stesso sesso e fanno fatica ad accettare questa cosa, si sentono strani, diversi, sono spaventati perché non sentono interesse nei confronti delle persone dell’altro sesso come succede a tutti gli altri, e credono di essere gli unici sulla terra a provare questi sentimenti. Non sanno con chi parlarne, con chi confrontarsi, a chi dire che sospettano di amare una persona del loro stesso sesso.
Sono soli. Soli come forse non avete mai provato a sentirvi. Non ci credete? Leggete questa lettera, scritta da un ragazzo di 16 anni alla redazione di un giornale scolastico di Vigevano, in provincia di Pavia.

Cara Redazione di Stars! Sono uno studente di Vigevano. Perché ho sentito il bisogno di scrivervi? Semplice! Per proporvi una riflessione. O forse, ed è l’ipotesi più plausibile, per chiedere il vostro aiuto. Non è un tema facile, vi avverto. Tanto che so già che cestinerete queste pagine. E’ troppo difficile parlare di OMOSESSUALITA’. Già, la MIA omosessualità. Quell’omosessualità che non riesco a vivere, a comprendere, a raccontare a nessuno, nemmeno a me stesso. Ci provo per la prima volta adesso, scrivendo queste righe. E vi assicuro che non è per niente facile. E’ difficile essere gay a Vigevano. E’ ancora più difficile esserlo a scuola.
Cara redazione, caro me stesso, faccio un salto indietro, a quando, forse per la prima volta, ho scoperto che in me c’era qualcosa di strano. Vi siete mai invaghiti, innamorati? SÌ, vero? Anch’io. Di un ragazzo. Bello, simpatico, ma di sesso maschile, come me. Non capivo, forse non capisco ancora adesso. Mi piaceva, non lo vedevo come un amico, ma come qualcosa di più. Provavo le stesse sensazioni che sentivo raccontate dai mie compagni di scuola. Sensazioni che loro provavano per le ragazze e io per un ragazzo: ero innamorato!? Vi lascio immaginare la mia confusione. Mi dicevo, e ogni tanto mi dico ancora: <> A chi potevo parlare di ciò che stavo vivendo? E’ ovvio, a nessuno! Così per tanto tempo, ho ignorato ciò
che mi stava capitando. <> Mi chiederete. A volte, anche se è difficile, mi dico <>. Molto più spesso cerco di non pensarci, anche se è sempre più difficile. E soprattutto lo nascondo agli altri.
Cara redazione, sto facendo una fatica terribile a scrivere queste cose, ma è giusto che lo faccia. Mi serve per dire a me stesso, per la prima volta, ciò che sto passando , ciò che sono. Se non parlo con voi, con me, ESPLODO. O implodo, e non credo sia lontano questo momento. Dirlo alla mia famiglia? Impossibile. Dirlo agli insegnanti, al Cic?’ Figuriamoci. Dirlo agli amici, ai compagni di scuola? Mai più. Passo la maggior parte del mio tempo a scuola. E a scuola i “vaffanculo”, i “ma che, sei frocio”, si ripetono in continuazione. lo mi sono adeguato. Uso le parole che non vorrei sentirmi dire, scherzo con loro. Ma MI FA MALE comportarmi cosi. Fingo di essere un ragazzo che sfoglia riviste porno, che parla delle sue scopate e delle sue avventure estive. Amori tra maschio e femmina, naturalmente. L’anno scorso mi sono anche inventato una ragazza, ho scritto di lei sul diario, l’ho raccontato a tutti. Mi sono calato in un ruolo che non è mio, convinto che gli altri pensino che sono come loro, ma i miei compagni lo SCOPRIRANNO, sapranno che sono DIVERSO DA LORO. TREMO al solo pensare di trovare il mio nome scritto sui muri dei bagni della scuola, vicino alla parola “culo”, “checca”,”finocchio”, “rott’in culo”. Già qualcuno, tra i miei amici extrascuola, fa camminatine ancheggianti quando mi vede, e ride quando passo. Ed è sempre più difficile non
guardare un ragazzo che mi piace, guardare, come fanno i miei compagni con le ragazze.
Cara redazione, ora la scuola è ricominciata. Come posso affrontare un lungo anno fatto di tanti giorni? Siamo tanti o pochi? Sui giornali, almeno quelli che comperano i miei, NON SI PARLA MAI DI NOI!! Non c’è un giornale che parla di omosessualità? I libri ci saranno pure, ma come faccio a chiedere? se qualcuno a Vigevano mi vedesse mentre compero un libro del genere la mia vita sarebbe finita. MA FORSE È FINITA LO STESSO, GIA’ ADESSO. Cosa devo fare per non SCOPPIARE? Riassumendo: sono, anche se è difficile ammetterlo e scriverlo, omosessuale, e NON CE LA FACCIO QUASI PIU’. Se potete aiutatemi.
Ciao. cara redazione.
Ovviamente non mi firmo.

Come vi sentite adesso? Noi maluccio. Anche perché conosciamo bene questo ambiente. E’ quello di ogni scuola, probabilmente anche della vostra.
Ebbene, grazie a questo ragazzo che ci ha voluto regalare un angolino del suo inferno umano, avete avuto un piccolissimo assaggio di come si sente una persona omosessuale a scuola, tra insulti, risatine, mossette, barzellette, battute innocenti (son sempre innocenti per chi li fa; lasciamo perdere però per chi li riceve o li sente).
Avete letto bene la lettera? Oltre a non avere nessuno a cui dirlo (neanche ai suoi compagni, cioè in parole povere neanche a voi che potreste essere un suo compagno o compagna), sta quasi per scoppiare perché, come dice lui, forse e già finita. Avete capito benissimo a quale fine si sta riferendo? Si, avete capito benissimo.
Come state ora?
Vogliamo pensare che “vabbè ma queste persone sono pochi casi”? Falso. Secondo le statistiche più accreditate, potrebbero essere anche un decimo della popolazione. Così se fate un conto semplicissimo, quanti studenti e quante studentesse ci sono nella vostra scuola 100? 500? 1000? Immaginate cosa sia il dieci per cento e scoprirete che, senza che voi ve ne rendiate conto, qualche persona omosessuale, maschio o femmina, può essere proprio nella vostra classe e sentirsi vicino a morire come quel ragazzo della lettera.
E dato che voi magari starete pensando a quel vostro compagno timido o a quella ragazza un po’ mascolina, vi diciamo subito che avete sbagliato alla grande. Perché essere omosessuale non ha niente a che vedere con il sentirsi una donna in un corpo maschile o viceversa. Questo ha a che fare con l’IDENTITA’ DI GENERE, come dicevamo prima, e non con l’ORIENTAMENTO! Per cui se voi vedete un ragazzo effeminato, non significa che sia omosessuale e se vedete un vostro compagno non effeminato, ecco, quello potrebbe essere proprio gay ( ricordate: i gay e le lesbiche sono assolutamente non riconoscibili e potete conoscere l’orientamento sessuale di una persona solo se questa lo dichiara). E potrebbero star male tutti e due.

Il “venir fuori” (coming out), il rivelarsi e sempre stato unicamente un problema degli omosessuali. I ragazzi e le ragazze omosessuali devono scegliere tra la clandestinità e una confessione di cui porteranno, da soli, tutto il peso e il rischio.
Quando un ragazzo decide di dire al proprio genitore, alla propria compagna di classe che è gay (o lesbica) ha già fatto tutto in solitudine. Da solo ha trovato il coraggio necessario. Da solo quella solidità che gli permette di rischiare un’amicizia importante o un buon rapporto con la famiglia senza rimanerne distrutto. Ma a nessuno si dovrebbe dover chiedere di essere un eroe solo per poter vivere secondo la propria natura.
Un ragazzo gay ha scritto, tempo fa, ad una rivista scolastica : “La cosa che più mi sconvolge è sapere che, quando i miei amici leggeranno questa lettera che non ho il coraggio di firmare, mai e poi mai penseranno che a scriverla sia stato io”. Quel ragazzo ha ragione. I suoi compagni neanche prendono in considerazione I’idea di vivere accanto ad un omosessuale,e vedere che nessuno di quelli che ti vive accanto viene sfiorato dall’idea che tu sia come sei davvero, ti annienta, ti fa sentire di un altro pianeta, uno che non ha diritto a essere quello che è, quindi – semplicemente – non ha diritto di esistere.

Gli studi psico-sociali dicono che i ragazzi e le ragazze omosessuali hanno il triplo o il quadruplo di probabilità in più di pensare al suicidio, perché sentono di vivere in un mondo che ogni istante li rifiuta e li offende e le ultime ricerche ci dicono che in Italia un ragazzo su 5 è un bullo per motivi omofobi.

Per le persone omosessuali che sono vostri compagni e vostre compagne non basta sapere che voi siete tolleranti, durante le lezioni quando ci sono i proff. Gli serve un aiuto in più. Gli serve che voi agiate quando vedete un atto che potrebbe essere bullismo, quando c’è un insulto contro di loro, quando la loro identità, il loro amore per un altro ragazzo, viene usato come fango in faccia alle persone. Quando a scuola sentite gridare qualche bell’insulto anti-gay, intervenire chiedendo il rispetto per ogni persona, è uguale al dovere che tutti dovremmo avere nel reagire se sentissimo gridare (anche solo per scherzo) un sonoro “brutto ebreo maledetto”, “negro”, “femmina sgualdrina”. Gli serve che chiediate alla scuola la cancellazione delle scritte nei bagni, come se ci fosse scritto qualcosa di schifosamente razzista. Gli serve che chiediate all’azienda dei pullman di cancellare dai sedili gli altri insulti. Gli serve vivere in un mondo che non usi loro stessi per indicare lo schifo. Gli serve vivere in una città dove sanno che la violenza riguarda tutto: loro e voi, chi la subisce e chi la fa subire guardandola.
Cercate di non dimenticare che il vostro compagno, la ragazza della vostra compagnia potrebbe essere omosessuale, e che la cosa peggiore che possa succedere è di venire ignorata in quello che è nella sua intimità. Anche le persone omosessuali hanno diritto ad essere difese e rispettate.

Perché vi stiamo dicendo tutto questo? Non per fare il predicozzo ne per educarvi ad intervenire a spada tratta quando vedete un ragazzo omosessuale maltrattato da vostri compagni. Vi stiamo chiedendo solo un gesto di civiltà: pensare che intorno a voi possano esserci persone omosessuali, e comportarvi con rispetto, di conseguenza. Vivere in un mondo nel quale davanti ad un insulto tutti reagiscono, significa sentirsi più sicuri, tutti, perché qualsiasi cosa accada, qualcuno chiederà e riceverà rispetto.