Questo sito utilizza i cookies e le variabili di sessione per migliorare la tua esperienza di navigazione offrendoti un servizio personalizzato. La navigazione sul nostro sito ne comporta l'automatica accettazione. Per ottenere ulteriori informazioni, ti invitiamo a prendere visione della nostra Cookie Policy.

Emanuele 37 anni

Vorrei scrivere questa testimonianza come una sorta di ringraziamento per aver potuto trovare nelle comunità di AGEDO quell’ambiente che in fondo nella mia mente e nel mio intestino ho sempre desiderato.

Non so se a tutti piacerà la parola “intestino” ma non trovo nessun termine più efficace per indicare quel bisogno primario che mi apparterrebbe anche se non l’avessi mai razionalizzato.

Mi presento : sono Emanuele, vivo a Pavia, ho 37 anni e sono – tra le altre cose – un omosessuale credente. Preciso che per me le classificazioni hanno un valore sempre relativo, perché prima di tutto ci sono “io nella complessità della mia storia”; tuttavia è indubbio che l’omosessualità è uno degli aspetti che più mi ha influenzato nella lenta e costante sofferenza di adolescente e di giovane.

Le “difficoltà” che essa procura a mio avviso sono individuabili nella “sfera più intima di una persona a partire dalla relazione con i propri creatori sin dalla più tenera infanzia. Spesso la prima ferita nasce dall’introiettare la paura di non corrispondere alle aspettative basilari dei genitori, a cui si susseguono i timori in ambito scolastico e lavorativo; in età adulta, infine, si corre il pericolo di non vedere socialmente considerate le proprie relazioni affettive, tanto da essere esortati a non dare alcuna visibilità a questo aspetto della propria vita.” Si vive insomma con “la paura di essere allontanati in qualsiasi forma qualora ci si confidi e si renda visibile questo aspetto di sé. Il rischio di convivere tanto a lungo con questa paura (che magari nel vissuto vede delle conferme esperienziali) è quello di anestetizzare la volontà e la capacità di costruire legami trasparenti e profondi per prevenire delusioni già fatte proprie nell’intimo.”

Nella mia vita quando questa situazione si stava somatizzando in modo ingestibile ho capito che dovevo fare qualcosa e che era mia precisa responsabilità cercare una soluzione per uscire dal tunnel.

Tutti i passaggi che da allora ho compiuto nascondevano sempre il grande desiderio di presentarmi nella mia identità completa, senza dover celare nulla e “stringere le mani dei miei genitori, dei miei parenti, dei miei datori e colleghi di lavoro, dei miei parrocchiani, di quegli amici che (…) si sentono a loro agio a parlare con me di omosessualità ma che non hanno mai voluto mettere piede in un contesto diverso da quello a loro abituale, e perché no le mani del mio Vescovo e di Benedetto XVI” .

Senza ricerca non si trova. Io ho cercato con caparbietà, e la provvidenza, unitamente a legami impensabili, mi hanno aiutato a trovare esperienze di vita che mi permettono di non sentirmi solo. Non vivo più con la pretesa che tutti siano in piena sintonia con me, neppure le Gerarchie, ma con la volontà che ci si preoccupi gli uni degli altri qualsiasi ruolo si copra nella nostra società (operaio, impiegato, medico o vescovo). E’ solo questo che mi ha permesso di sentirmi “unito con altre persone” cioè in una vera e propria “com-unità”.