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mamma Anna

Carissimi,

ho riflettuto sul nostro dialogo di domenica, soprattutto ho cercato di ripensare al mio cammino verso la chiarezza e la verità che dobbiamo soprattutto a noi stessi e ve ne voglio fare partecipi perché magari vi può essere utile.

Ricordo l’insicurezza, l’incertezza, i mille dubbi su cosa fosse più opportuno: dire… non dire…  le convenienze sociali, il giudizio degli altri “poi cosa penseranno di noi, della nostra famiglia, non sono stata capace di educarlo nel modo migliore.. se ci fosse stato suo padre… cosa penseranno di mio figlio, non lo stimeranno più, non vorranno più frequentarlo”, ma soprattutto pensavo come ci rimarrà lui se si sentirà non accettato, poi rileggevo la sua lettera e capivo che per lui era un tormento non sapere cosa avrebbe detto suo padre che non c’era più, se avesse continuato ad amarlo con tutto il cuore, sapendo di lui.( Ed oggi mi dico che non dicendolo al nonno paterno ho tolto un’occasione di relazione autentica tra nonno e nipote perché è meglio lo scontro, tra modi di pensare diversi, che dà in ogni caso la possibilità di un incontro )

Quindi un gran dispendio di energie che mi stremavano, poi capivo che il problema vero era che lottavo con le mie paure, che volevo proteggere me stessa; non era lui che volevo, dovevo proteggere o quanto meno non era il modo migliore per proteggerlo, lui la sua verità l’aveva detta, aveva buttato la maschera e non voleva indossarla più né davanti ai parenti né davanti agli amici, né davanti agli altri in genere, voleva vivere libero e felice, voleva semplicemente essere se stesso ed io… come lo rispettavo, come lo onoravo, come potevo dimostrargli tutto il mio bene e la mia vera accoglienza se continuavo ad essere avviluppata dagli stereotipi sociali, dalle regole ipocrite delle convenienze? era il momento di disimparare tutto quello che mi era stato insegnato perché io potessi capire cosa era più importante nel rapporto con gli altri e in particolare nel rapporto con mio figlio. Così la decisione di festeggiare il mio compleanno buttando la maschera anch’io: non più imbarazzo e ansia quando mi avrebbero chiesto “ma ce l’ha una fidanzata?”, non più arrampicarsi sugli specchi per trovare una risposta adeguata del tipo “si … un suo amore ce l’ha”, non più sotterfugi per giustificare questa “amicizia” con un ragazzo, non più paura di tradirsi, quando parlavo al cellulare con lui durante una cena, un intervallo al cinema. Potevo affrontare l’incontro personale con ciascuno, ma avrei coinvolto in un incontro solo l’amica e non il marito e io volevo che lo sapessero tutti da me… e se dicendolo avessi avuto una risposta poco rassicurante per me? o parole che mi avrebbero ferito, come era già successo “il mio consiglio da sorella: non dire niente”,che mi avrebbero fatto rintanare di pìù? avrei avuto la forza di riprovare? e poi la fatica di ansia , di aspettativa prima di ogni incontro, Così ho scelto di dirlo durante una festa che li trovava riuniti tutti, un giorno in cui facevo festa e ciò che partecipavo loro era qualcosa di bello, era qualcosa che mi apparteneva e che apparteneva a mio figlio, che apparteneva alla mia famiglia e che io donavo loro. Si perché di un dono si trattava, come mi scrisse in un messaggio una delle mie amiche, quella sera, ringraziandomi per averlo condiviso con loro. E’ stato un momento che non dimentico e una sensazione di benessere unico, una liberazione, una leggerezza dell’anima, per non parlare della gioia di mio figlio quando lo ha saputo.

Come l’aveva vissuto ciascuno di loro non mi interessava, il loro pensiero, la loro idea non erano un mio problema, so solo che ho dato loro l’occasione di un’apertura su un mondo che sicuramente non conoscevano bene, molti di loro adesso invitano alle loro feste (lauree, matrimoni di figli/e) anche il compagno di mio figlio e io non mi sento più divisa.