Storia di Giuseppe, gay a Catania

Di Marco Pasqua

Per sollecitare l’approvazione di una legge bipartisan contro l’omofobia, alla luce di episodi quotidiani di discriminazione e violenza, Repubblica.it ha lanciato una campagna di adesioni su Facebook.Ogni giorno, sul nostro sito, le storie di chi ha combattuto. E spesso ha vinto. Minacce e aggressioni fisiche, insulti e intimidazioni.

A 19 anni, Giuseppe è riuscito a vincere una doppia sfida. Gestire l’ostilità della famiglia e dei teppistelli omofobi che lo hanno affrontato in strada. E capire che la sua condizione, l’essere attratto non solo dalle ragazze ma anche dai ragazzi, è qualcosa di normale. Accettare, quindi, il proprio orientamento sessuale, senza cercare di disconoscere l’affetto e l’amore che possono nascere verso qualcuno.
Giuseppe Catanzaro, catanese, studente del primo anno di scienze biologiche, descrive l’estate del 2009 come l’estate della svolta. L’uscita dal guscio, dolorosa, condita anche da ferite e momenti bui, prima di acquisire la consapevolezza di essere cresciuto. “Ho capito di non essere eterosessuale all’età di tre, forse quattro anni. Non mi accettavo, pensavo di essere malato, ed ero convinto che i miei desideri fossero sbagliati. Vedevo la mia condizione come un qualcosa di passeggero, che sarebbe dovuto necessariamente passare”, racconta Giuseppe. Quella visione di una sessualità malata derivava anche dall’educazione che aveva ricevuto, e, in parte, dall’aver frequentato una comunità di neocatecumenali. Quelli che poi lo respingeranno con più forza. E’ una gita a Londra con i compagni di classe a fargli comprendere che la sua attrazione verso i ragazzi può essere vissuta alla luce del sole, e non necessariamente rifugiandosi nei locali, con la preoccupazione che qualcuno lo vedesse. “A Londra ho visto ragazzi baciarsi e camminare mano nella mano – ricorda – e là ho capito che c’era anche un altro modo di vivere questa attrazione”. Poi è arrivato il Sicilia Pride. Altro momento di rottura con l’immagine che, fino ad allora, aveva dell’omosessualità. La scoperta di una comunità. Ragazzi e ragazze che non solo non hanno paura di mostrarsi, ma che marciano in strada per reclamare diritti. “A vedere quel mondo, quell’allegria, mi sono aperto ancora di più, e ho iniziato a vivere tutto in maniera diversa”. Inizia a parlarne con la sua migliore amica. A confidarsi. E, soprattutto, bacia un uomo. “Prima pensavo di essere sbagliato, ma dopo quel bacio mi sentii maledettamente bene”, confida. Il primo ostacolo in questo percorso di auto accettazione arriva quando una ragazza che fa parte del Cammino neocatecumenale lo mette con le spalle al muro: “O fai coming out, o sarò io a dirlo”. Detto fatto, tutto il gruppo viene a sapere di Giuseppe. E la reazione non è delle migliori. “Qualcuno ha iniziato a parlar male di me. Altri mi dicevano che gli omosessuali dovevano condurre una vita casta, e che non avrei dovuto avere rapporti”. Non impiega molto a capire che il suo percorso nella comunità si è concluso. La nuova fase della sua vita è davvero iniziata. Ma dovrà scontrarsi con l’omofobia, più che dei compagni di scuola (che lo hanno supportato, soprattutto dopo il suo coming out), di chi decide di iniziare a tormentarlo. Siamo allo stalking. “Mi hanno chiamato sul cellulare, insultandomi, augurandomi la morte, e facendo commenti sul mio modo di vestirmi – ricorda – Queste chiamate sono proseguite nel tempo”. Poi è arrivata anche la violenza fisica. Una banda di bulletti, una decina, che vive nel suo stesso quartiere, periferia di Catania, inizia a sfotterlo. Gli urlano in strada, “fro…”, ma lui non raccoglie la provocazione. Una sera, poco dopo la mezzanotte, decidono di affrontarlo. “Era da poco passata la mezzanotte. Stavo parlando al cellulare con il mio ragazzo, e sentivo che in lontananza mi stavano prendendo in giro, urlando i soliti insulti. Avevano tutti tra i 16 e i 20 anni. Quando ho attraversato la strada, due di loro mi si sono fermati davanti. ‘Finocchio, devi rispondere, perché qui comandiamo noi’”. Giuseppe continua a non reagire. E’ allora che uno dei due bulletti gli dà uno schiaffo. “Ho continuato ad ignorarlo e sono andato via”. Perché non ha reagito? “Ero in periferia, era tardi, e quelli erano dei delinquenti”. Nei mesi a seguire hanno continuato ad insultarlo. “Mi sono rivolto ai carabinieri, ma ovviamente avrei dovuto riconoscerli. Mi hanno detto che sarei dovuto passare davanti a loro, in una gazzella. Non ce l’ho fatta a sporgere denuncia. Ho avuto paura”, confessa il ragazzo. Quell’episodio non intacca minimamente la sua convinzione di voler iniziare a vivere la propria condizione senza farsi troppe domande, lasciandosi andare ai sentimenti e alle storie che nei mesi a venire sarebbero arrivati. Si iscrive all’università, e inizia ad occuparsi di politica. I genitori sono quelli che, ancora oggi, non riescono ad accettare pienamente il suo orientamento sessuale. “Dipende dalla formazione cattolica”, cerca di giustificarli. “Ma per me, quello che ha contato di più in questi mesi, sono stati gli amici. Dopo il coming out, sono diventati dei fratelli, sempre presenti”. Oggi, Giuseppe pensa che “le sofferenze subite siano solo un prezzo da pagare necessario per ottenere nel futuro prossimo la parità dei diritti. Ho capito che è importante venire allo scoperto, perché così facendo si possono spingere altre persone ad accettarsi e ad evitare i conflitti interiori che possono lacerare una persona. Considero il mio orientamento sessuale una missione soprattutto se penso alle continue vicende omofobe in Italia e ai Paesi in cui ‘essere Lgbt’ significa rischiare la pena di morte”.

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